martedì 3 novembre 2009

Nelle carceri italiane si continua a morire

Due vicende, tra loro assai diverse, lo hanno drammaticamente evidenziato.
La morte tutta da chiarire di Stefano Cucchi e il suicidio annunciato di Diana Blefari Melazzi portano a sessantuno il drammatico conteggio dei suicidi dietro le sbarre. Sessantuno vite interrotte, appese al soffitto, soffocate dal gas, finite, per sempre. Poi ci sono centoquarantasei morti di cui si sa poco o nulla, morti per omicidio, per malattia, per overdose, per cause da “accertare”. Ma soprattutto per suicidio. Spesso in istituti dove ci sono le peggiori condizioni di vita: strutture fatiscenti, con poche attività ricreative, con scarsa presenza del volontariato. A ottobre si sono suicidate sette persone. Trentanove dall'inizio dell'anno. Quattrocentoventotto dal 2000.
Il centro di documentazione Ristretti Orizzonti, la fonte più ricca e aggiornata in materia di carceri, stila ogni anno un rapporto sulle condizioni delle carceri italiane. Il quadro che ne viene fuori non rappresenta però la totalità delle morti che avvengono all'interno dei penitenziari. Sono quelle ricostruire in base alle notizie dei giornali, delle agenzie di stampa, dei siti internet, delle lettere che scrivono i volontari o i parenti dei detenuti.
Sono molte le morti che passano ancora sotto silenzio, nell'indifferenza dei media e della società, un po’ come nel video dell’uccisione a volto scoperto a Napoli, l’omertà vige anche nei luoghi dove la giustizia viene scritta con la G maiuscola.
L’auspicio è che la cronaca di questi giorni spinga verso la ripresa di un dibattito sulle carceri che in Italia è fermo da troppi anni e che non può essere liquidato con un semplice progetto edilizio.
E’ necessario migliorare la condizione di vita delle persone condannate alla privazione della libertà perchè non siano condannate alla malattia, alla disperazione, alla perdita della dignità o alla morte. Il carcere deve “tendere alla rieducazione del condannato” come sancisce la Costituzione italiana e non alla sua distruzione fisica o mentale.

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